Vangelo del giorno – Lunedì 26 ottobre 2026

Luca 13,10-17 – «Donna, sei liberata dalla tua malattia»
Quando Gesù ci rialza: la misericordia che restituisce dignità
«Donna, sei liberata dalla tua malattia» (Lc 13,12).
Ci sono sofferenze che non fanno rumore. Non si vedono immediatamente, non attirano l’attenzione, non chiedono aiuto ad alta voce. Sono quelle che portiamo dentro, talvolta per anni, fino a quando diventano così familiari da sembrarci parte di noi.
Il Vangelo di oggi ci presenta una donna che da diciotto anni vive curva, incapace di raddrizzarsi. Diciotto anni sono una vita intera trascorsa a guardare verso terra, a muoversi con fatica, a convivere con un limite che condiziona ogni gesto.
Eppure quella donna è nella sinagoga.
Nonostante la sofferenza, nonostante la fatica, continua a cercare Dio. Non sappiamo quante volte abbia pregato per essere guarita, quante lacrime abbia versato o quante speranze siano rimaste senza risposta.
Sappiamo soltanto che quel giorno incontra Gesù.
E tutto cambia.
1. Gesù la vede prima ancora che lei chieda aiuto
La prima cosa che colpisce in questo episodio è che la donna non pronuncia alcuna richiesta.
Non grida, non supplica, non cerca di attirare l’attenzione.
È Gesù a vederla.
In mezzo alla sinagoga, tra le persone presenti, il suo sguardo si posa proprio su di lei.
Quanto è consolante questo particolare!
Ci sono momenti nei quali non abbiamo neppure la forza di formulare una preghiera. Ci sentiamo stanchi, scoraggiati, forse perfino incapaci di spiegare ciò che ci fa soffrire.
Ma il Signore non ha bisogno di lunghe parole per conoscere il nostro cuore.
Egli vede ciò che gli altri non vedono. Conosce le battaglie combattute in silenzio, le lacrime nascoste, le rinunce che nessuno nota, il peso delle responsabilità e le ferite che continuiamo a portare.
Prima ancora che noi alziamo gli occhi verso Dio, Dio ha già posato il suo sguardo su di noi.
Non siamo invisibili al suo amore.
2. Diciotto anni piegata: quando il dolore diventa un’abitudine
La condizione fisica di questa donna ci invita anche a una riflessione spirituale.
Quante volte la vita ci piega?
Ci piegano le preoccupazioni economiche, le malattie, i lutti, le delusioni, le responsabilità familiari, la solitudine.
Ci piegano le parole ricevute, le ingiustizie subite, le paure che non riusciamo a vincere.
A volte ci abituiamo talmente tanto a vivere sotto il peso delle difficoltà da dimenticare come sia guardare il cielo.
La donna del Vangelo non poteva raddrizzarsi da sola.
Anche noi dobbiamo riconoscere con umiltà che non tutto può essere risolto attraverso la nostra forza di volontà.
Abbiamo bisogno della grazia.
Questo non significa che ogni sofferenza scomparirà immediatamente o che la fede sostituisca le cure, l’aiuto degli altri e il tempo necessario per guarire.
Significa, piuttosto, che nessuna sofferenza ci priva della nostra dignità e che Cristo può sostenerci anche quando le circostanze della vita non cambiano come vorremmo.
La sua presenza ci ricorda che non siamo soltanto il nostro dolore.
Siamo persone amate, chiamate per nome, preziose agli occhi del Padre.
3. «Donna, sei liberata»: Gesù restituisce la libertà
Gesù chiama la donna, le rivolge la parola e impone le mani su di lei.
La guarigione è immediata.
La donna si raddrizza e glorifica Dio.
Immaginiamo per un istante quel momento.
Dopo diciotto anni trascorsi a guardare verso il basso, finalmente può alzare il volto. Può incontrare gli occhi delle persone, contemplare il cielo, stare in piedi senza essere dominata dalla sua infermità.
Ma il miracolo non è soltanto il recupero di una postura.
È la manifestazione della misericordia di Dio, che raggiunge una persona concreta nella sua sofferenza.
Gesù non considera quella donna un problema da risolvere o un caso da discutere.
La riconosce come una figlia amata.
E questo cambia tutto.
Il Signore non ci guarda come un insieme di difetti, peccati, fragilità o fallimenti.
Ci guarda come figli da amare e da accompagnare verso la libertà.
4. Il sabato e il pericolo di una religione senza misericordia
Proprio mentre la donna glorifica Dio per la guarigione ricevuta, il capo della sinagoga si indigna.
Gesù ha compiuto il miracolo di sabato, giorno consacrato al riposo.
L’uomo si concentra sulla norma, mentre davanti ai suoi occhi una persona è stata liberata da una sofferenza durata diciotto anni.
Gesù risponde mostrando l’incoerenza di chi, nel giorno di sabato, si prende cura dei propri animali ma vorrebbe rimandare la liberazione di una figlia di Abramo.
Non è il sabato a essere sbagliato.
È sbagliato interpretare la legge di Dio dimenticando il suo fine: custodire la vita e favorire la comunione con Lui.
Questo passaggio interpella profondamente anche noi cristiani.
Possiamo pregare molto, conoscere le Scritture, rispettare le pratiche religiose e tuttavia diventare duri nei confronti del prossimo.
Possiamo essere puntuali nelle devozioni e impazienti con chi ha bisogno di noi.
Possiamo difendere una regola e dimenticare una persona.
Gesù ci insegna che la vera fedeltà a Dio non può essere separata dall’amore per il prossimo.
La preghiera deve aprire il cuore, non chiuderlo.
La disciplina spirituale deve renderci più disponibili al bene, non meno capaci di compassione.
La santità non consiste soltanto nel compiere gesti religiosi, ma nel lasciare che l’amore di Cristo trasformi il nostro modo di vivere.
5. La misericordia non può aspettare
Gesù non dice alla donna di tornare il giorno successivo.
Non le chiede di aspettare che sia terminato il sabato.
La vede soffrire e interviene.
È un insegnamento prezioso.
Quante volte rimandiamo un gesto di bontà?
Domani telefonerò a quella persona sola.
Domani chiederò perdono.
Domani avrò più pazienza.
Domani aiuterò chi è in difficoltà.
Eppure l’amore, quando è possibile esercitarlo oggi, non dovrebbe essere continuamente rinviato.
Non occorrono sempre gesti straordinari.
Talvolta basta ascoltare senza interrompere, preparare un pasto con amore, consolare una persona scoraggiata, offrire una parola gentile, rinunciare ad avere l’ultima parola.
Sono piccoli atti di misericordia che possono alleggerire il peso sulle spalle di qualcuno.
Forse non possiamo compiere miracoli, ma possiamo diventare strumenti attraverso i quali il Signore fa sentire la sua vicinanza.
6. Rialzarsi per glorificare Dio
Il Vangelo ci racconta che, appena guarita, la donna glorificava Dio.
Non si limita a constatare il cambiamento.
Riconosce la sorgente del dono ricevuto.
Anche noi siamo invitati a imparare la gratitudine.
A volte attendiamo un grande miracolo e non ci accorgiamo delle piccole grazie quotidiane: una giornata trascorsa in pace, una difficoltà superata, una mano tesa, una preghiera che ci restituisce serenità, la presenza di chi ci vuole bene.
La gratitudine non cancella le sofferenze, ma ci aiuta a riconoscere che il dolore non è l’unica realtà della nostra esistenza.
C’è ancora il bene.
C’è ancora la speranza.
C’è ancora Dio che cammina con noi.
Una domanda per il nostro cuore
Oggi possiamo fermarci davanti al Signore e domandarci:
Qual è il peso che mi impedisce di alzare lo sguardo?
Forse è una paura.
Forse è un dolore antico.
Forse è il bisogno di controllare tutto.
Forse è un risentimento che non riusciamo a lasciare andare.
Presentiamolo a Gesù con fiducia.
E chiediamoci anche:
Chi, accanto a me, sta vivendo piegato sotto un peso che io non riesco a vedere?
Perché il Vangelo di oggi ci chiama a due movimenti inseparabili: lasciarci raggiungere dalla misericordia di Cristo e diventare misericordiosi verso gli altri.
Preghiera del giorno
Signore Gesù,
Tu che hai visto la donna curva nella sinagoga e l’hai chiamata a Te, posa oggi il tuo sguardo misericordioso anche su di me.
Tu conosci i pesi che porto, le paure che mi accompagnano, le ferite che ancora fanno male e le fatiche che non sempre riesco a raccontare.
Quando la vita mi piega, sostienimi.
Quando lo scoraggiamento mi impedisce di guardare avanti, donami speranza.
Quando divento rigido nei miei giudizi, insegnami la compassione.
Non permettere che le mie abitudini religiose diventino più importanti dell’amore verso chi mi sta accanto.
Rendimi attento alle sofferenze nascoste, paziente con i più fragili, pronto a perdonare e generoso nel compiere il bene.
E quando mi rialzerò dopo una prova, fa’ che il mio primo pensiero sia quello di ringraziarti.
Perché ogni giorno, anche il più difficile, possa diventare un’occasione per riconoscere la tua presenza.
Amen.
La Preghiera del Cuore, con Vania ❤️🙏
«La misericordia di Dio ci raggiunge anche quando non abbiamo più la forza di alzare gli occhi al cielo.»
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